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Nei mesi scorsi, il M5S ha presentato in Consiglio comunale a Ferrara un Ordine del Giorno per utilizzare le risorse derivanti dall’avanzo di bilancio 2016 a favore del sostegno al reddito per gli incapienti Irpef, ovvero per chi ha entrate molto basse. Tale proposta fu bocciata dalla maggioranza, ritenendo che non si dovesse procedere a redistribuzioni del reddito a pioggia ma con interventi mirati, che comunque non sono stati proposti. La povertà, a Ferrara, non venne ritenuta una piaga da combattere da questa Giunta.

Leggendo l’indagine statistica sulle condizioni di vita a Ferrara del 2015, molti osservatori hanno notato come la povertà sul territorio comunale sia cresciuta dal 2006 al 2015, passando da una percentuale di 5,7 a 10,2% di individui sotto la soglia statistica di povertà, ovvero da 7.520 a 13.454, pari a 5.645 famiglie indigenti presenti nel territorio, con un incremento di 2.200 unità familiari circa nel corso del decennio considerato.

La povertà suona come un grosso campanello d’allarme a Ferrara, avendo una incidenza sul tessuto sociale, economico locale ma anche sulle stesse strutture di assistenza del territorio, che si presuppone che nello stesso periodo abbiano potuto godere, anche per il perdurare di una crisi economica locale lunga e profonda, di un incremento di fondi se non commisurato proporzionalmente al tasso di povertà comunque di crescita nello stesso periodo.

Chi si occupa di assistenza a vario titolo per il comune è ASP (Azienda Servizi alla Persona), che eroga servizi di sostegno alle famiglie in difficoltà, verso gli anziani, i disabili, a vario titolo e in diverse forme, ricevendo contributi in denaro sia dal Comune che dall'ASL che anche, per quanto riguarda la gestione dei migranti e la prima accoglienza, dallo Stato centrale, in particolare dal Ministero degli Interni per i programmi in loco sia di assistenza prolungata che straordinaria. Ricordando che, in particolare dal 2017, esiste una apposita convenzione tra Ministero e ASP per la gestione dell’emergenza migratoria.

Chi crede che il bilancio ASP sia proporzionalmente cresciuto negli anni per fronteggiare la povertà dei cittadini ferraresi si sbaglia, basta prendere i dati dei bilanci presenti direttamente sul sito del Comune di Ferrara per rendersene conto. Considerando le spese solo per i servizi erogati direttamente o indirettamente da ASP, qualsiasi cittadino si renderà conto, per esempio, che per l’assistenza alla persona la spesa è passata da 6,7 milioni del 2011 a un preventivo di 6,1 milioni nel 2017 (a fronte di un dato di 5,9 milioni del 2016 in consuntivo). Quindi, di fronte ad una situazione di crescita di disagio che ha portato al raddoppiarsi delle persone povere sul territorio comunale, il Comune di Ferrara ha tagliato la disponibilità di spesa per l’assistenza alla persona di quasi il 10%! Non ci si può che sdegnare soprattutto se si valuta che la spesa annua (teorica) disponibile per ogni individuo povero è passata da 766 euro nel 2009 a 475 nel 2015. Cifre annue, ossia 39,58 euro al mese, cioè 1 euro e 30 centesimi al giorno. Il Comune a Ferrara, per intenderci, statisticamente spende per ogni cittadino povero l’equivalente di un caffè al giorno. Per assistenza anziani, disabili, emergenza abitativa e sostegno al reddito, se ogni ferrarese povero facesse ricorso all’aiuto di ASP riceverebbe quell’equivalente. Una indecenza, visto che stiamo parlando di persone che magari hanno lavorato una vita, vivono in questa Città da molto tempo se non da sempre e probabilmente si ritrovano in situazione di disagio per aver perso la casa o il lavoro negli anni della crisi: bene, oggi il Comune offre, in loro sostegno, 1,30 euro al giorno, una inutile mancetta in alcun modo capace di andare a incidere realmente nel loro profondo malessere.

Le iniquità del sistema assistenziale locale non si fermano certo qui: guardando sempre i bilanci di ASP, si può infatti notare che nello stesso periodo, ovvero dal 2011 al 2017, i fondi statali (che sono sempre frutto delle nostre tasse, per inciso) messi a disposizione per la gestione migranti è passata da 315 mila euro a 8 milioni, un incremento del 2450%. Dal 2016, la spesa per la gestione migranti di ASP ha superato la spesa complessiva per i servizi alla persona (7 milioni contro i 5,9) e vede tali somme incrementarsi nel 2017 all’interno della convenzione con la Prefettura che è di 35 euro al giorno per migrante in gestione, ridotto del 30% “nell'ipotesi di assenza (autorizzata o meno) dell’ospite” (cit. convenzione Prefettura - ASP art. 5 sottoscritta il 14/12/2016 Prot. 45101).

Pur ritenendo fondamentale svolgere un’attività di accoglienza e di accompagnamento per i migranti, si nota come negli ultimi anni si sia voluto dare una priorità a Ferrara a tale emergenza non individuando una altrettanto valida e incisiva azione di recupero del tessuto sociale dei cittadini ferraresi. Le discrepanze evidenziate sono notevoli: 35 euro al giorno per migrante “presente” (che diventano 24,50€ per migrante non presente, cioè si spendono soldi anche per soggetti che -anche illecitamente- possono essere usciti dalle strutture di accoglienza!) contro 1,30 euro al giorno, che in media si è messo a disposizione nel 2015, per ogni individuo povero che teoricamente necessitasse di un intervento di ASP.

Da questo confronto significativo e inconfutabile di cifre, possiamo ben stabilire come i servizi assistenziali siano stati penalizzati nel tempo a fronte dell’emergenza migratoria, ormai diventata un business collaudato (anche sulla pelle degli stessi profughi), che però non ha portato a risolvere la situazione che è anzi via via peggiorata e ha drenato risorse nazionali verso un problema contingente invece che verso l’emergenza sociale ed economica che localmente ha inciso sul territorio ferrarese.

La cosa significativa, in questa situazione di crisi generale, è che la spesa per la gestione migranti è finita nelle mani di soggetti privati vista l’incapacità (o la non volontà…) del Comune nella gestione diretta con le proprie strutture: ciò significa che i soldi pubblici sono traslati verso il privato - in maniera legittima, sia ben chiaro – portando così a sviluppare un circuito interamente finanziato da denaro pubblico che ha gonfiato le dimensioni dei gestori privati con il rischio che, una volta terminato il business (o ridimensionato), si crei un’ulteriore incertezza nel tessuto sociale locale che dovrà essere a sua volta gestita.

Prendiamo ad esempio la ‘Cooperativa Camelot’: è cresciuta negli anni proprio aggiudicandosi commesse e poi appalti per l’emergenza profughi. Un fatturato di 4,5 milioni nel 2012 cresciuto a quasi 9 nel 2016, con raddoppio nello stesso periodo dei lavoratori presenti al suo interno fino a 246 unità. La gestione dell’emergenza profughi arriva ad incidere in maniera significativa sui ricavi, con percentuali variabili negli anni tra il 60 e l’80% del volume complessivo. Camelot oggi presenta una salda struttura economica che però, nel corso degli anni, è diventata un quasi mono-business basato sull’emergenza e, per tanto, è possibile che nel corso dei prossimi anni, a fronte di una contrazione dei flussi o una minor ripartizione sul territorio locale, possa andare incontro al rischio di un ripensamento della propria struttura e del proprio personale, creando così un altro problema occupazionale che dovrà necessariamente essere gestito per non aggravare il già difficile stato sociale del ferrarese.

È scontato che tutto ciò che si è analizzato finora è pienamente in regola e legale. Camelot in particolare svolge quella funzione di supplente che il Comune non è stato in grado di realizzare al proprio interno. Forse non era pronto o semplicemente, come sempre, non ha voluto occuparsene, con i risultati che sono sotto gli occhi di tutti, tutti i giorni.

Neanche il problema della povertà però è stato adeguatamente gestito: a fronte di un raddoppio della stessa, si ricorda, i soldi disponibili in servizi sono calati del 10% in 6 anni. Mentre con propria inefficienza si accresce l’imprenditoria privata, si penalizzano i cittadini più svantaggiati e bisognosi di assistenza. Ancora una volta, si preferiscono le strade facili che però hanno portato negli anni a favorire pochissimi a dispetto dei tanti che non possono farcela. Una scelta per noi politicamente inaccettabile.

I. Morghen - C. Fochi - P. Pennini, M5S Ferrara

Il 3 ottobre scorso, una delegazione del Movimento 5 Stelle di Ferrara, composta dalla consigliera Ilaria Morghen e dall’attivista Paolo Pennini, ha incontrato il direttore generale di BPER, Fabrizio Togni.

L’incontro si è svolto presso la sede generale di Modena dove abbiamo esposto alla direzione dell’istituto bancario le osservazioni sollevate in precedenza dalle associazioni degli ‘Azzerati Carife’ al fine di comprendere quale sarà l’atteggiamento della banca nell’annosa questione che colpisce il ferrarese.

Il M5S ha chiesto al direttore Togni come intende procedere nei confronti delle migliaia di persone che si sono ritrovate senza i loro risparmi a seguito del precipitoso e anticipato uso del bail-in da parte del governo nazionale targato PD nei confronti dell’istituto bancario locale. Abbiamo riportato le seguenti richieste: agevolazioni commerciali a favore dei risparmiatori azzerati Carife, in particolare nell’acquisto di azioni e/o warrant della banca acquistata e la richiesta se la banca intende provvedere in autonomia anche al rimborso del 20% delle obbligazioni non coperte dal rimborso forfettario. Alle richieste formulate ci è stato risposto in primo luogo che la banca è consapevole del disagio subito dalla precedente gestione Carife e che non appena terminato l'iter di fusione nel nuovo gruppo BPER (operazione che dovrebbe formalmente chiudersi in novembre) provvederà a completare un pacchetto di agevolazioni commerciali a favore degli azzerati Carife, nell’ambito di una strategia rivolta a recuperare la fiducia dei risparmiatori traditi. Evidenziando come sia ancora in atto il procedimento di monitoraggio della situazione patrimoniale del vecchio istituto bancario e nel rispetto delle azioni giudiziarie e legali in corso, il direttore ha poi sottolineato come BPER abbia studiato tutte le soluzioni adottate dagli altri istituti di credito che si sono trovati nelle medesime situazioni di criticità evidenziando come, ad oggi, sia possibile solo provvedere a favorire condizioni di vantaggio commerciale, ritenendo di non poter operare favori nell’acquisto di azioni (in quanto la banca è quotata in Borsa e soggetta ai vincoli dettati dalla vigilanza di Consob) né di poter provvedere all’emissione di warrant ad hoc per l’assenza giuridica di una continuità sui diritti di azioni dei vecchi azionisti nei confronti della nuova banca. Abbiamo chiesto altresì se era possibile operare con degli indennizzi come per esempio nel caso delle Banche Venete con Intesa ma, anche in questo caso, ci è stato risposto che tale schema riproposto non è utilizzabile poiché richiederebbe forme di agevolazione che non sono compatibili per piccoli risparmiatori. L’incontro si è concluso con la speranza che BPER possa attivarsi nei prossimi mesi con proposte commerciali soddisfacenti per gli azzerati, oltre a dare un nuovo impulso alla fiducia nel sistema creditizio da parte del territorio ferrarese.

Il M5S rinnova la sua vicinanza a tutti i risparmiatori travolti dalla brutta esperienza Carife e mantiene vivo il suo impegno affinché si possa arrivare ad una soluzione a tutti i livelli (dal locale al parlamento nazionale per garantire il rimborso totale di quanto perso) che dia una risposta esauriente ai gravi disagi che la crisi bancaria locale ha segnato nel nostro territorio.

Ilaria Morghen-Paolo Pennini,

M5S Ferrara